Obadia Jarè: da Bertinoro a Castello

Di Marco Baldicchi
 
Premessa

Nello scrivere queste note mi sono servito di scritti che ho radunato nel corso degli anni e che sono stati prodotti da studiosi veri, non da un semplice cultore di storia locale quale io sono.

 

La storia della Comunità ebraica di Città di Castello riserva, a chiunque le si avvicini, sorprese e scoperte sorprendenti. In questo articolo parlerò di due aspetti. Il primo riguarda il personaggio più importante che sia vissuto a Castello: Obadià Jarè da Bertinoro il quale, quando partì dalla nostra città, a seguito della sua lunga permanenza, firmava i propri documenti come Obadià Jarè da Castello.

Nei capitoli comunali del 1485 è registrato come Maestro Servadio di Abramo da Bertinoro. Trasferitosi dalla sua città natale, Bertinoro, dopo il 22 giugno 1459 a far fede dal capitolo precedente dove non compare ancora il nome. Essendo il primo della lista è indice della posizione di preminenza che aveva acquisito nella città sia come banchiere ma soprattutto come guida spirituale, nel cui titolo di Maestro va riconosciuta la dignità rabbinica. L’importanza di questo personaggio è presto detta e non è legata ad un solo aspetto. Il libro che determina le regole della vita degli ebrei è il Talmùd, letteralmente “studio”, ossia “studio della Torah” – Talmud-Torah; il nucleo centrale del Talmùd che riguarda tutti gli aspetti della vita si chiama Mishnà, ossia “dottrina”. Obadià Jarè da Castello ha scritto un celebre commento alla Mishnà, un Compendio alla dottrina tradizionale rabbinica come “dottrina orale” e la reintegrazione della legge scritta: la Toràh appunto.

Dalle lettere che scrisse al padre si evince che partì da Città di Castello il 9 novembre 1485 per cercare un imbarco alla volta della Palestina. Vi riuscì solo il 29 ottobre 1487 da Messina, dopo aver svolto per lunghi mesi l’attività di rabbino predicatore a Palermo nell’attesa del desiderato viaggio.

Giunto in Gerusalemme trovò una situazione tragica, si pose quindi al centro della riorganizzazione della comunità ebraica locale, ridotta in stato miserando affermandosi come capo spirituale di essa e di tutto il Paese.

Il suo commento alla Mishnà è considerato un classico ed è molto ricercato ancora oggi. Alla fine degli anni ’90 una trasmissione televisiva di Rai 2, “Sorgente di vita”, gli dedicò tutta una lunga puntata monografica.

Questo personaggio, è stato una delle principali figure del mondo ebraico internazionale della storia moderna, rifondatore della comunità ebraica a Gerusalemme e commentatore di scritti sacri tra i più importanti. Forse sarebbe il caso di dedicargli una via della città. E, per inciso, restando nel campo ebraico, sarebbe il caso anche per Alice Franchetti

L’altro aspetto di cui voglio parlare riguarda una scoperta fatta una quindicina di anni fa negli archivi comunali di Città di Castello, e di cui ho avuto la fortuna di essere tra i primi osservatori. Pagine e pagine di codici pergamenacei smembrati, per la precisione 121 frammenti di cui 28 bifogli o fogli interi e frammenti di varie dimensioni considerevoli, oltre a 93 strisce tagliate per ottenere legacci per vari usi librari. Questi frammenti provengono da 7 diversi manoscritti: 3 biblici, 3 talmudici e 1 compendio talmudico di Alfasi. Altri fogli sono ancora da restaurare. L’importanza di questi manoscritti risiede nel fatto che nel corso dei secoli numerosi sono stati gli editti e le bolle papali che hanno decretato la distruzione dei libri ebraici, soprattutto del Talmùd. Si pensi che solo una copia del Talmùd si è salvata quasi per intero dopo secoli di persecuzioni. Forse per la preziosità della pergamena di cui erano fatti i libri da cui derivano, o per altri motivi, questi fogli si sono salvati perché usati da notai tifernati nel XVI° secolo come copertine per i loro registri. Fino alla scoperta di Città di Castello si pensava che il Talmùd più antico fosse quello conservato a Monaco di Baviera, mentre quello di Castello è più antico di due o trecento anni, le pagine risalgono infatti al XII° e XIII° secolo. Alcune di queste sono state oggetto di una recente mostra a Tel Aviv che ha riscosso un grande successo fra il pubblico e gli studiosi. La particolare posizione geografica di confine di Città di Castello ha fatto sì che la locale comunità ebraica potesse godere di una certa tranquillità tanto che, man mano che in altre zone dello Stato della Chiesa, crescevano le difficoltà e le persecuzioni, molti ebrei sceglievano di venire a stabilirsi qui. Questo portò Castello ad avere la terza comunità ebraica per numero e importanza dopo Roma e Ancona. Si contarono tre sinagoghe. Apro una parentesi per quanto riguarda la stella a sei punte che si trova in Largo Sinagoga lungo Via S. Andrea: questo simbolo, che per altro ha mantenuto vivo il ricordo di una qualche presenza ebraica nella cittadinanza, in realtà non si riferisce a nulla di ebraico. Ebbi occasione di portare a vederla un eminente storico, il compianto Prof. William Melczer della Syracuse University di New York, il quale mi confermò che non c’entrava nulla con gli ebrei. In effetti simboli di stelle a sei punte si trovano in molte chiese, si pensi al timpano di S. Maria Novella a Firenze. Una stella a sei punte è presente anche sulla cuspide del Corporale di Orvieto. Una reliquia più cristiana di quella difficilmente si trova!

Inoltre la chiesa di S. Giovanni Decollato è stata sempre sede dell’omonima confraternita. E’ rimasta lettera morta la delibera del Consiglio Comunale n° 35 del 30/07/1999 che stabiliva la costituzione del Centro di Studi e di Cultura Ebraica dedicato alla memoria di Leopoldo e Alice Franchetti, con tanto di statuto. Per concludere faccio presente che ho telefonato alla Sovrintendenza archeologica mentre iniziavano i lavori di scavo del centro commerciale e residenziale fuori Porta San Giacomo, segnalando che, dalle fonti risulterebbe da quelle parti l’area dove c’era il cimitero ebraico. Ma non ho avuto modo di sapere se è stato fatto un sopralluogo e se è stato scoperto nulla. Per quanti si vogliono accostare a questi argomenti segnalo il testo di Ariel Toaff dal titolo “Il vino e la carne” ed. il Mulino -1989, dove in molte parti si parla della comunità di Città di Castello, e in cui si trova una esauriente bibliografia.

Pubblicato su "L'Altrapagina" del Luglio-Agosto 2008

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